Trust e patti parasociali

Il trasferimento della proprietà dei beni oggetto del trust dal disponente al trustee, con conseguente perdita da parte del primo soggetto dell’esercizio dei diritti sulle cose vincolate in favore del secondo, consente di impiegare i trust anche nei rapporti societari in sostituzione dei patti di sindacato ovvero nella programmazione dei passaggi generazionali.

Passando all’analisi del primo impiego sopra delineato e per comprendere i vantaggi derivanti dall’utilizzo dei trust rispetto ai patti parasociali (anche detti di sindacato) è necessario ricostruire preventivamente la portata e la valenza che questi ultimi hanno nel nostro ordinamento.

Com’è noto i patti parasociali hanno trovato formale riconoscimento normativo solo

recentemente, prima con gli artt. 122, 123 e 124 del D. Lgsl. 24 febbraio 1998, n. 58, attinenti esclusivamente alle società quotate, e poi, con l’attuale formulazione degli artt. 2341 bis e 2341 ter del codice civile; ciò nondimeno l’istituto non è rimasto sconosciuto al nostro ordinamento fino a tali date, essendo già stato inquadrato dalla giurisprudenza di legittimità.

In particolare,
dall’introduzione del codice civile del 1942 si è registrato un iniziale atteggiamento di generale prudenza da parte della Suprema Corte di Cassazione circa la validità dei patti parasociali (9); posizione che è poi mutata, nel senso dell’ammissibilità dell’istituto in esame, con la sentenza 20 settembre 1995, n. 9975 (10) e consolidatasi definitivamente per mezzo delle pronunce

21 novembre 2001, n. 14629 e 23 novembre 2001, n. 14865 (11).

In tale ultima sentenza la Corte, oltre a ribadire la validità dei patti parasociali, ne descrive compiutamente la portata meramente obbligatoria sostenendo che “[…] Il vincolo che discende da tali patti opera, pertanto, su di un terreno esterno a quello dell’organizzazione sociale (dal che, appunto, il loro carattere “parasociale” e, conseguentemente, l’esclusione della relativa invalidità “ipso facto”), sicché non è legittimamente predicabile, al riguardo, né la circostanza che al socio stipulante sia impedito di determinarsi autonomamente all’esercizio del voto in assemblea, né quella che il patto stesso ponga in discussione il corretto funzionamento dell’organo assembleare (operando il vincolo obbligatorio così assunto non dissimilmente da qualsiasi altro possibile motivo soggettivo che spinga un socio a determinarsi al voto assembleare in un certo modo), poiché al socio non è in alcun modo impedito di optare per il non rispetto del patto di sindacato ogni qualvolta l’interesse ad un certo esito della votazione assembleare prevalga sul rischio di dover rispondere dell’inadempimento del patto […]”.

Appare in tutta evidenza, dunque, la facoltà per un pattista, in un sindacato di voto o di blocco, di poter votare in maniera difforme rispetto al patto o di poter sempre cedere a soggetti estranei al patto stesso la propria partecipazione, fermo restando l’obbligo di risarcire il danno agli altri pattisti i quali, a loro volta, non possono richiedere l’invalidità della delibera o della cessione della partecipazione rimanendo tali atti totalmente efficaci ed inattaccabili.

In tale ottica i trust consentono di andare oltre il possibile assetto di interessi realizzabile per mezzo dei patti di sindacato, attribuendo efficacia reale alle obbligazioni assumibili da ciascun pattista. Ed infatti, ponendo in capo al trustee le azioni “sindacate”, ciascun disponente perde la qualifica di socio in favore del trustee, il quale diviene dunque l’unico soggetto titolato ad intervenire e votare in assemblea, con conseguente eliminazione di ogni possibile difformità di voto rispetto all’orientamento, di volta in volta, espresso dai pattisti. Vi è di più. Inserendo nell’atto istitutivo un’apposita clausola recante l’indisponibilità per il trustee delle azioni presenti nel fondo in trust, si può ottenere la garanzia che le azioni non potranno essere alienate a terzi estranei al patto, assicurando quindi, anche in tal caso, piena coercibilità al patto stesso.

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